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Beta-talassemia: al via un nuovo studio clinico della terapia genica sviluppata da SR-Tiget

La beta-talassemia trasfusione-dipendente è una malattia genetica che compromette la produzione di emoglobina e richiede trasfusioni regolari. Presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma parte un nuovo studio clinico che mira a correggere le cellule staminali del sangue del paziente e ridurre o eliminare la necessità di trasfusioni.

Giuliana Ferrari

Lo studio clinico per la beta-talassemia che parte dalla ricerca di SR-Tiget rappresenta una nuova tappa di un percorso di ricerca iniziato molti anni fa. Dopo un primo studio clinico avviato nel 2015 all’Ospedale San Raffaele di Milano, i ricercatori sono tornati in laboratorio per ottimizzare il processo di produzione della terapia che, in questa nuova fase, coinvolge anche l’Officina farmaceutica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù dedicata alle terapie avanzate.

La beta-talassemia trasfusione-dipendente è stata tra le prime malattie in cui è stato riconosciuto il legame diretto tra un difetto genetico e una patologia. Eppure, trasformare questa conoscenza in una terapia genica non è stato immediato. Il motivo è che in questo caso correggere il gene non basta: la correzione deve far sì che le cellule possano produrre livelli adeguati e duraturi di emoglobina funzionale.

È in questo contesto che si inserisce la sperimentazione di una nuova terapia genica messa a punto nei laboratori dell’SR-Tiget.

La beta-talassemia: una malattia genetica del sangue

La beta-talassemia è una malattia genetica causata da alterazioni del gene della beta-globina, una delle componenti dell’emoglobina. Quando la beta-globina non viene prodotta in modo adeguato, i globuli rossi sono pochi o funzionano male e si sviluppa un’anemia cronica.

Nelle forme più gravi, i pazienti hanno bisogno di trasfusioni regolari per tutta la vita. Le trasfusioni permettono di controllare l’anemia, ma possono portare nel tempo ad accumulo di ferro, che richiede trattamenti specifici e un monitoraggio costante.

Come correggere le cellule nella beta-talassemia

La terapia genica sviluppata da SR-Tiget parte dalle cellule staminali del sangue del paziente. Queste cellule vengono prelevate, modificate e poi reinfuse nello stesso paziente.

In laboratorio, viene inserita nelle cellule la versione corretta del gene della beta-globina attraverso un vettore con la funzione di trasportatore biologico. Una volta reintrodotte nel paziente, le cellule corrette devono raggiungere il midollo osseo, il tessuto in cui vengono prodotte le cellule del sangue, stabilirsi lì e contribuire alla produzione di nuovi globuli rossi con emoglobina funzionante.

«Perché il trattamento possa fare la differenza, la correzione deve essere tale da tradursi in una produzione di livelli adeguati di emoglobina», spiega Giuliana Ferrari, responsabile dell’Unità di Sviluppo di Terapia Genica per le Emoglobinopatie di SR-Tiget e ordinaria di Biologia molecolare all’Università Vita-Salute San Raffaele.

È questo uno dei punti più delicati della terapia genica per la beta-talassemia.

Il midollo osseo può avere un ruolo nella risposta al trattamento. Nei pazienti con beta-talassemia può essere un ambiente meno favorevole ad accogliere le cellule modificate, perché stressato dal continuo stimolo a produrre globuli rossi e dall’accumulo di ferro. Per questo i ricercatori studiano anche l’ambiente fisiologico in cui le cellule devono stabilirsi e funzionare nel tempo.

Che cosa cambia nello studio clinico

 Lo studio clinico, avviato presso IRCCS Ospedale San Raffaele (OSR) di Milano e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (OPBG)di Roma, nasce dall’esperienza della prima sperimentazione di terapia genica per la beta-talassemia nel 2015 all’Ospedale San Raffaele di Milano. «Da quella sperimentazione abbiamo acquisito dati utili a capire che cosa servirebbe per rendere un paziente indipendente dalle trasfusioni, ma anche che cosa potrebbe limitarne il beneficio clinico», spiega Ferrari.

Per questo, i ricercatori hanno modificato alcuni passaggi del lavoro in laboratorio. L’obiettivo è duplice: far arrivare meglio l’informazione genetica nelle cellule e proteggerle durante la preparazione.

Il primo punto riguarda l’efficienza della correzione. Per aumentare il numero di cellule che ricevono correttamente l’informazione genetica, i ricercatori hanno utilizzato composti capaci di facilitare questo passaggio.

Il secondo punto riguarda la qualità delle cellule. «Le cellule staminali del sangue sono delicate: devono essere corrette, ma non devono perdere la capacità di dare origine a tutte le cellule del sangue», commenta Ferrari. Più a lungo restano fuori dall’organismo, più si corre il rischio che si specializzino prima del tempo. Per questo i ricercatori hanno ridotto il tempo in cui le cellule vengono coltivate in laboratorio, così da restituirle al paziente nelle condizioni più adatte.

Il nuovo studio dovrà verificare se questi cambiamenti al processo di produzione della terapia genica permetteranno alle cellule corrette di funzionare adeguatamente una volta reinfuse nel paziente. La terapia sarà prodotta presso l’Officina farmaceutica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù dedicata alle terapie avanzate.

«Gli studi fatti in laboratorio e le analisi precliniche hanno dato risultati molto incoraggianti», spiega Ferrari. Ora il punto è capire se questo lavoro di ottimizzazione possa fare la differenza nella produzione di emoglobina, intervenendo sulla causa genetica della malattia e non solo sulle sue conseguenze. I dati che emergeranno dallo studio permetteranno di valutare se questo approccio terapeutico possa offrire ai pazienti la possibilità di ridurre o eliminare la necessità di trasfusioni, alleggerendoun percorso di cura che oggi accompagna molte persone con beta-talassemia per tutta la vita.

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